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La leggenda del “lupinaro” che terrorizza la Sicilia

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Se siete in Sicilia durante le notti di luna piena, non uscite: potreste imbattervi nell’abominevole lupinaro, il lupo mannaro, che ulula alla luna straziando il cielo e la terra con urla agghiaccianti.

Non è una leggenda stando alle testimonianze di molti anziani, che giurano e spergiurano di averlo incontrato, pennellando a tinte fosche la metamorfosi: il corpo è scosso da tremendi spasmi, accompagnati da gemiti animaleschi, il tronco s’incurva, le braccia penzolano e si riempiono di peli neri, lunghi e ispidi, il volto appare deforme per via dei denti aguzzi e delle iridi rosse. Un vero mostro che brancola nel buio in cerca di vittime o di un torrente d’acqua per alleviare le sue sofferenze.

Alle primi luci dell’alba, i licantropi sono soliti far ritorno a casa, dopo aver recuperato gli abiti messi al sicuro prima della trasformazione, raspano alla porta per tre volte e attendono che i familiari, una volta certi che il loro caro abbia recuperato del tutto le sembianze umane, aprano.

A questo triste destino, secondo gli isolani, non potevano sottrarsi tutti i maschi concepiti durante la luna nuova o la notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno, conosciuta come “notte degli impossibili” o coloro che si addormentavano con il viso rivolto verso la luna, sicché le moglie dei pescatori, per salvare i loro uomini dal pericolo, preparavano un ritaglio di stoffa nera per coprire il volto durante il breve riposo nelle battute di pesca notturna.

I lupinari, dunque, popolavano le strade e le menti dei siciliani, tanto che il Pitrè, padre dell’antropologia siciliana, ha scritto: “Non v’è città o paesello che non parli di questo essere soprannaturale e quasi misterioso, a tal punto che è impossibile proporre tutte le leggende”.

Tuttavia, i non pochi siciliani che hanno avuto la sfortuna di imbattersi in un lupinaro sono riusciti a salvarsi accendendo un fuoco o salendo tre gradini di una scala, giacché gli uomini-lupo non possono appoggiare le loro zampe sul terzo gradino. I più arditi, invece, per sconfiggere il mal di luna di un loro parente o amico, erano disposti ad avvicinarsi, infilzandogli un ago d’argento in fronte o toccandolo con una chiave metallica mascolina, cioè senza buchi, benedetta da un sacerdote. Tuttavia, gli unici a poter affrontare i licantropi senza rischi sono le persone nate di venerdì, i cosiddetti Vinnirini, i quali, sempre secondo la credenza popolare, sono forti, valenti e furbi a tal punto da poter maneggiare serpenti velenosi e annientare i lupi mannari.

Nonostante gli antidoti, di lupi mannari ne sono stati avvistati parecchi nel corso dei secoli. Anni fa, nell’estate del 1943, a Catania nel quartiere Consolazione furono uditi latrati strazianti e gli abitanti del luogo associarono quei gemiti a quelli del lupinaro. Un altro caso recente di avvistamento è accaduto a Palermo, la notte del due novembre del 1983, quando un ventitreenne è stato addentato al volto (rimasto sfigurato) da una misteriosa figura. La vittima, in forte stato di shock, non riuscì a fornire un identikit dell’aggressore che fu denominato a furor di popolo “u lupinaru del Politeama”. Ciò provocò un’isteria collettiva che additava come lupinaro il primo malcapitato che si avvicinasse barcollando o con la bocca aperta in modo sospetto.

Nel Messinese addirittura sono noti tre licantropi famosi, con tanto di nome e cognome, che sicuramente non ebbero vita facile, vittime di quel male profondo che è la superstizione e l’ignoranza. Oggi si tende ad essere scettici di fronte a simili racconti, ma è innegabile che nell’immaginario popolare la figura del lupo mannaro ha esercitato un fascino e un potere attrattivo non indifferente, se è giunto fino a noi con una tale carica da farci drizzare i capelli nelle notti di luna piena.

Tania Barcellona

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