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COP-26, ultimatum per salvare l’umanità

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PALERMO – Il 12 novembre scorso a Glasgow, in Scozia, si è conclusa la COP-26: ventiseiesima Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sul clima. Alla Conferenza partecipano circa 120 capi di Stato, oltre a vari Ministri dell’Ambiente e numerosi negoziatori. A Glasgow si è tentato di raggiungere un accordo globale per la riduzione dei gas serra e il contenimento dell’aumento della temperatura a 1 grado e mezzo, per mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

Il primo Summit della Terra si è tenuto nel 1992 a Rio de Janeiro, dove organizzazioni non governative ed esponenti dei governi di 172 paesi si sono confrontati sull’impatto ambientale dei mezzi di produzione, dei sistemi di trasporto e sulle risorse di energia sostenibile alternative all’utilizzo di combustibili fossili, responsabili del riscaldamento del pianeta. Da allora, secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) del 1992, ogni Paese è vincolato a mettere in atto azioni concrete per ridurre le emissioni di gas serra.

Dopo la conferenza di Rio, sono state ben 25 le Conferenze mondiali sul clima. Nella COP-21, tenutasi a Parigi nel dicembre del 2015, è stato sottoscritto un accordo storico, firmato da 195 Paesi, che si sono impegnati a mantenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali. Per raggiungere l’obiettivo, giuridicamente vincolante, i paesi firmatari hanno concordato la creazione di piani nazionali indicanti la misura della riduzione delle proprie emissioni, i cosiddetti NDC (Nationally Determined Contribution), cioè Contributi determinati a livello nazionale, con i quali ci si è impegnati a ridurre o frenare la crescita delle emissioni di gas serra entro il 2030. Secondo un rapporto dell’ONU, per avere buone possibilità di limitare il riscaldamento globale, le emissioni devono essere ridotte del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010, mentre dal 2030 in poi ed entro il 2050 dovrebbero progressivamente azzerarsi.

A Glasgow, in particolare, i partecipanti hanno discusso di tre importanti questioni: finanza climatica, graduale eliminazione del carbone e messa in atto di interventi a sostegno dell’equilibrio naturale.

I finanziamenti per il clima sono gli aiuti dati ai paesi più poveri per aiutarli a ridurre le emissioni e far fronte agli impatti delle condizioni meteorologiche estreme. Durante la COP-15, svoltasi a Copenaghen nel 2009, era stato stabilito un finanziamento di 100 miliardi di dollari entro il 2020, ma ne sono stati erogati circa 20 miliardi in meno. I paesi in via di sviluppo puntano a un nuovo accordo finanziario che amplierà i fondi disponibili oltre il 2025.

L’eliminazione graduale dell’uso del carbone è essenziale per contenere il riscaldamento globale entro il limite auspicato. La Cina, il più grande consumatore di carbone del mondo, smetterà di finanziare nuove centrali elettriche a carbone all’estero. Ma molto resta ancora da fare considerato che Cina, India, Indonesia, Messico, Australia e altri paesi non cesseranno subito la produzione e il consumo di carbone.

A sostegno dell’ambiente si attueranno poi progetti come la conservazione e il ripristino di foreste, di torbiere, di zone umide e la messa a coltura di tanti alberi.

Purtroppo gli attuali NDC, cioè i contributi determinati a livello nazionale, presentati recentemente da oltre cento paesi, sono insufficienti. Secondo quanto riferito da un recente rapporto dell’ONU, essi si tradurrebbero in un aumento del 16% delle emissioni, assai lontano dal taglio del 45% necessario. Inoltre, se la Cina – il cui presidente Xi Jinping peraltro non ha partecipato alla Conferenza di Glasgow – continuerà con il suo ritmo di emissioni di CO2, l’aumento di temperatura non potrà essere inferiore purtroppo ai 2,4 gradi.

“Il pianeta segna l’allarme rosso, ma le leadership mondiali sono spente”, ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, commentando il rapporto che analizza il divario tra le intenzioni dei paesi e le azioni necessarie contro il riscaldamento globale. “Molti degli impegni verso l’abbandono dell’uso del carbone sono risultati vaghi e, a meno di un taglio rigoroso alle emissioni nei prossimi dieci anni, gli Stati ci stanno conducendo dritti verso una potenziale catastrofe climatica – ha aggiunto Guterres -. I paesi stanno sprecando un’enorme opportunità di investire le risorse fiscali e i finanziamenti post-Covid in modi sostenibili per il pianeta. Questo rapporto è un altro tonante campanello d’allarme. Di quanti altri ne abbiamo bisogno?”.

Inger Andersen, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) ha poi dichiarato: “Il cambiamento climatico non è più un problema futuro. È ora. Per avere una possibilità di limitare il riscaldamento globale entro 1,5°C, abbiamo otto anni per dimezzare le emissioni di gas serra: otto anni per fare i piani, mettere in atto le politiche, implementarle e infine realizzare i tagli. Il tempo scorre e il ticchettio dell’orologio è forte”.

Capirà l’umanità che la casa comune brucia davvero e che, se non si spegne l’incendio, domani non si potrà suonare la musica della vita?

Maria D’Asaro

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