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Cambiamenti climatici: quali saranno gli effetti sull’Italia?

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Il 2021 sarà – almeno nei buoni propositi – un anno importante per la lotta alla crisi climatica, che l’Italia combatterà in prima linea: il nostro Paese coordinerà il G20 e ospiterà gli eventi preparatori della COP26 (una pre-Cop e la Cop dei giovani), la Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici che si terrà Glasgow il prossimo novembre. Si parla spesso dell’impatto dei cambiamenti climatici sul Pianeta in generale, ma quale sarà invece quello che avvertiremo sul nostro territorio? A quali rischi concreti va incontro l’Italia?

Una fotografia del clima atteso sullo Stivale dal 2021 a fine secolo arriva dalla Fondazione CMCC, il Centro Euro-mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, una struttura di ricerca scientifica che opera nel campo della scienza del clima e che realizza simulazioni in particolare per l’area mediterranea. Il CMCC ha elaborato una serie di mappe interattive per rispondere a domande molto pratiche: di quanto aumenterà la temperatura? Come cambieranno le piogge? Quali saranno gli effetti sui nostri mari?

SE NULLA CAMBIA… Come in una storia con molti finali la risposta dipende dalle nostre scelte, qui sviluppate per due degli scenari di solito considerati dall’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. Il primo prevede che il nostro agire vada avanti come finora, indifferente alla catastrofe che incombe: è la situazione normalmente definita business-as-usual (come al solito, con nessuna mitigazione): ipotizza che l’umanità continui a emettere quantità sempre maggiori di gas serra, come ha fatto fino a oggi (come al solito, appunto).

Se questo poco augurabile scenario si dovesse avverare, nel 2100 ci ritroveremmo con concentrazioni atmosferiche di CO2 triplicate o quadruplicate (840-1120 ppm) rispetto ai livelli preindustriali (280 ppm: oggi siamo già oltre 417 parti per milione). Il forzante radiativo, cioè la variazione dell’influenza di un fattore (in questo caso i gas serra) nell’alterazione del bilancio energetico del sistema Terra-atmosfera, sarebbe di 8,5 W/m2 (watt per metro quadro) rispetto allo standard convenzionale del 1850.

SE CI PROVIAMO… Il secondo scenario (“forte mitigazione”) assume invece che siano messe in atto alcune iniziative per arginare le emissioni. In questo caso, rispetto al 1850, nel 2100 il forzante radiativo arriverebbe “solo” a 4,5 W/m2. Per questo scenario si immaginano però interventi di forte stabilizzazione, in cui le emissioni di CO2 inizino a calare entro il 2070 al di sotto dei livelli attuali, e in cui la concentrazione atmosferica di gas serra si stabilizzi, per fine secolo, a non più del doppio dei livelli preindustriali.

TEMPERATURE IN AUMENTO. Le mappe del CMCC (vedi) permettono di scegliere uno dei due scenari e di vedere quali sarebbero le ripercussioni su 10 indicatori climatici, regione per regione, nell’arco dei tre periodi in cui sono suddivisi i decenni che ci dividono dal 2100. I dati integrano le informazioni presenti nel rapporto “Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in Italia” (qui scaricabile e disponibile in sintesi).

Per quanto riguarda le temperature, i diversi scenari sono concordi nel prevedere un aumento fino a 2°C nel periodo 2021-2050 (rispetto al periodo 1981-2010): un rialzo ai limiti della soglia massima indicata dagli Accordi di Parigi. Nello scenario più pessimistico, quello senza alcuna mitigazione, sono previsti entro la fine del secolo rialzi di temperatura anche di 5-6 °C nelle zone alpine e durante la stagione estiva.

MENO PIOGGIA, TUTTA INSIEME. La pioggia tenderà a concentrarsi in precipitazioni più intense e meno frequenti: le piogge estive saranno allo stesso tempo meno frequenti (specie al Sud) e più violente, soprattutto nello scenario “business as usual”. In estate tra un acquazzone e l’altro i periodi secchi si allungheranno: in entrambi gli scenari è previsto un aumento dei giorni con temperatura minima superiore ai 20 °C.

GLI EFFETTI SUI MARI. Per l’ambiente marino i cambiamenti climatici si stanno traducendo in un aumento delle temperature superficiali e del livello del mare, dell’acidificazione delle acque e dell’erosione costiera. Secondo il recente rapporto “State of the Environment and Development in the Mediterranean” dell’UNEP, oggi la temperatura atmosferica sul bacino del Mediterraneo è di circa 1,54 °C sopra i livelli preindustriali e potrebbe raggiungere i 2,2 °C quando la media globale toccherà i +1,5 °C.

L’eccesso di calore atmosferico potrebbe causare un aumento delle temperature del mare anche di +3,5 °C per fine secolo, peggiorando l’acidificazione delle acque e mettendo a rischio la biodiversità del Mediterraneo. Questo incremento di temperature potrebbe, da solo, ossia senza considerare altri contributi, causare un aumento del livello del mare di 3 cm al decennio, con conseguenze prevedibili sull’erosione costiera e sulle inondazioni.

DOVE SI RISCHIA DI PIÙ. La probabilità di eventi climatici estremi non è soltanto una minaccia futura. Negli ultimi due decenni il rischio in Italia è cresciuto del 9%. Ma in quali contesti gli effetti dei cambiamenti climatici si faranno sentire in modo più importante? In cima alla lista troviamo l’ambiente urbano, più suscettibile – per via del consumo di suolo e della carenza di vegetazione – all’impatto delle ondate di calore e agli eventi di precipitazione intensa. Nei prossimi anni possiamo aspettarci un aumento di tutte quelle patologie (cardiopatie, ictus, malattie dei reni, disturbi metabolici) legate allo stress termico e all’interazione tra temperature sempre più alte e inquinanti atmosferici.

UN TERRITORIO FRAGILE. È previsto inoltre l’aggravarsi del rischio idrogeologico, sia nelle zone alpine e appenniniche, le più interessate da fenomeni di dissesto legati allo scioglimento di neve e ghiacci, sia nei piccoli bacini e nelle aree a forte pericolo di frane perché con suolo particolarmente permeabile.

POCA ACQUA CONTESA. Allo stesso tempo si assisterà a una diminuzione della quantità delle risorse idriche rinnovabili superficiali e sotterranee. Il problema non riguarderà soltanto la quantità, ma anche la qualità dell’acqua: i prolungati periodi di siccità, la concentrazione delle precipitazioni e la ridotta portata dei flussi d’acqua favoriranno fenomeni di eutrofizzazione (eccesso di sostanze nutritive dall’effetto fertilizzante in un ambiente acquatico) e la variazione nei contenuti di ossigeno, nell’apporto di nutrienti e nei contaminanti da agricoltura e zootecnia. La poca acqua presente e trasportata da infrastrutture colabrodo sarà contesa da settori in competizione stagionale (per esempio agricoltura e turismo).

In ambito agricolo si assisterà alla riduzione delle rese per molte specie coltivate, che potrebbero risultare anche di qualità inferiore. Il fenomeno sarà più marcato nel Sud Italia per la possibile minore disponibilità idrica; per le stesse ragioni si potrebbe verificare un impatto anche sul settore dell’allevamento.

FIRE WEATHER. Le foreste italiane rese sempre più asciutte dagli eventi di siccità estrema e lasciate senza gestione, potrebbero trasformarsi in combustibile inerme per gli incendi stagionali, come già accade in Australia o in California: la stagione degli incendi potrebbe prolungarsi, o potrebbe spostarsi l’altitudine a cui questi eventi si verificano.

DISASTRI A CARO PREZZO. Insieme ai gradi cresceranno in modo esponenziale anche i costi per i danni correlati. Se un aumento delle temperature inferiore ai 2 °C costerà circa lo 0,5% del PIL nazionale, per un aumento medio di temperatura di 4 °C rispetto all’era preindustriale le perdite di PIL pro capite potrebbero arrivare al 7-8% entro il 2100. Come sempre, non ne faranno le spese tutti in modo omogeneo: le conseguenze economiche e sociali dei cambiamenti climatici investiranno soprattutto le fasce più povere della popolazione, rendendo ancora più profonde le disuguaglianze.

(da focus.it)

 

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