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Un giorno – forse – ci libereremo dei nostri corpi e ci trasformeremo in un bit

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Ne scrive Mariella Bussolati su https://it.businessinsider.com/.

La catastrofe dell’informazione: nel 2030 i bit useranno il 51% dell’energia e si avviano a diventare più numerosi degli atomi

Invece di immaginare un futuro pieno di pandemie, oppure di alieni, o altre presenze inquietanti, faremo meglio a preoccuparci del fatto che un giorno forse ci libereremo dei nostri corpi e ci trasformeremo in bit. E’ un futuro molto più probabile, anzi è già quasi una realtà. Il mondo è sempre più dipendente dall’informazione e le unità digitali stanno dominando il Pianeta.

Poiché usiamo risorse come carbone, petrolio, rame, silicio, alluminio per realizzare i computer e per dare vita all’informazione digitale, stiamo letteralmente ridistribuendo non solo l’informazione, ma la materia vera e propria. Gli atomi di cui siamo fatti non sono più prevalenti. Lo sono invece le particelle digitali, che ormai, secondo alcuni studiosi, rappresentano un vero e proprio quinto stato della materia.

Attualmente, a livello globale, produciamo 10 alla 21 bit (10 seguito da 21 zeri) ogni anno. Se assumessimo una crescita annuale del 20 per cento, tra 300 anni il bit prodotti diventeranno più numerosi degli atomi della Terra e l’energia necessaria per tenerli in movimento sarà pari a  18,5 × 1.015 watt, ovvero il nostro consumo totale attuale di energia. Arriveremo a consumarne il 51 per cento già nel 2030. Nel 2070 ci sarà almeno 1 kg di bit immagazzinato in qualche cloud per ciascuno dei nostri cellulari, computer e tablet. Se poi l’incremento fosse del 50 per cento, una stima del tutto realistica se si tiene conto della crescita della popolazione e dell’aumento all’accesso alle tecnologie, arriveremmo tra 150 anni alla saturazione.

Secondo Melvin Vopson, della Scuola di Matematica e Fisica dell’Università di Portsmouth (Uk), siamo di fronte a una catastrofe dell’informazione, che si affiancherà a quelle climatiche, energetiche e di movimento delle popolazioni.

Il principio ideato da Rolf Landauer, un fisico tedesco che lavorò all’Ibm, sosteneva che l’eliminazione di un bit produceva una minima quantità di calore, dunque era fisicamente irreversibile. Per questo motivo aveva affermato che l’informazione è dunque fisica. Anche Einstein aveva teorizzato che massa e energia sono equivalenti. L’informazione insomma non è un concetto astratto, ma è qualcosa di fisicamente concreto. E può essere considerata un quinto stato della materia, oltre al gas, al liquido, al solido, al plasma. Per questo motivo il contenuto digitale, tra 500 anni, rappresenterà oltre la metà della massa del Pianeta che nel frattempo sarà diventato un gigantesco processore.

Aumento della massa totale cumulativa di informazioni digitali creata dal presente a ‘n’ anni nel futuro, ipotizzando tassi di crescita annuali dei contenuti digitali dell’1%, 5%, 20% e 50%, confrontato con la massa terrestre ∼6 × 10 alla 24 kg. Melvin M. Vopson

Un atomo è grande circa 10 alla meno 9, ovvero un decimo di miliardesimo di metro. Un bit è 25 volte più grande, il che corrisponde a 25 nanometri quadrati per bit di area da considerare per immagazzinarlo.  E pesa 3,19 × 10−38 kg. La massa totale di bit che produciamo ogni ano è 23,3 × 10−17 kg. Poca roba. Ma se si considera una crescita pari al 50 per cento ogni anno entro il 2245, si arriva facilmente al punto in cui l’intera massa della Terra sarà composta da bit.

Anche se in futuro riusciremo a ridurne l’ingombro, questo volume occuperà dunque un volume grande  quanto l’intero globo.

 

In poche parole, questo significa che il mondo sarà dominato dai bit digitali e dai codici del computer. E questo è accaduto dalla prima messa a punto dei transistor, nel 1947, a oggi, vale a dire un lasso di tempo brevissimo. Il 90 per cento dei dati presenti oggi sono stati creati solo negli ultimi dieci anni. E va ricordato che a causa della pandemia ne abbiamo prodotto un’altra molte considerevole.

Già tra cento anni, è il parere di Vopson, la linea di distinzione tra materia fisica e realtà virtuale potrebbe assottigliarsi ancora di più e non essere più visibile. Non sarà così strano dunque se oltre a usare il denaro elettronico, a immagazzinare ogni memoria nelle piattaforme, a usare sempre di più strumenti digitali, ci troveremo a indossare elmetti che ci fanno vivere costantemente in un mondo astratto, che ci fornisce concrete indicazioni su cosa fare, arrivando ad avere un nuovo mondo.

Per evitare quindi di arrivare al punto in cui, dopo aver organizzato l’intera società su una base tecnologica, non avremo abbastanza energia né spazio per sostenerla, sarà indispensabile che la ricerca trovi il modo di far sì che l’informazione occupi meno spazio possibile, per esempio potrebbero essere usati i fotoni, o gli ologrammi. D’altronde anche in natura l’informazione è veicolata principalmente tramite il Dna e l’Rna, ed è riconducibile alle unità geniche. Non a caso molti ricercatori, stanno proprio studiando la possibilità di usare queste molecole come magazzino di bit. Il primo a ideare questo metodo è stato uno scienziato sovietico, Mijhail Neiman, che tradusse in Dna un testo Html nel 1964. Le informazioni vengono tradotte in una seguenza che viene associata alle 5 basi che formano i geni, adenina, citosina, guanina e timina, che vengono convertite in un codice binario di 0 e 1: 00 per A, 01 per G, 10 per C and 11 per T.

Un solo grammo Dna può ospitare 215 milioni di gigabyte. E’ ultra compatto e, a differenza dei dischi e delle memorie solide, dura migliaia di anni. E tutti i dati fin qui prodotti possono essere mesi in contenitori della grandezza di un paio di camion.

 

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