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SARS-COV-2. PERCHE’ IN GERMANIA IL TASSO DI MORTALITA’ DELLO 0.3% E’ IL PIU’ BASSO DEL MONDO?

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In questi giorni a far tanto pensare è il “caso Germania”.

Perché mai, il paese della cancelliera MERKEL, per altro in quarantena per essersi incontrata con un medico risultato positivo al CORONAVIRUS, il tasso di mortalità tra i contagiati dal virus è il più basso al mondo?

Si fanno ipotesi, alcune molto interessanti.

Partendo dal presupposto che il CORONAVIRUS risulta molto più aggressivo verso le persone anziane e già compromesse nello stato di salute, non possiamo certamente affermare che la popolazione tedesca sia più giovane della nostra: gli over 65 sono il 25% contro il 23% del nostro paese.

Eppure, in Germania il tasso di letalità è dello 0.3%, pari alla probabilità di morte registrata in Cina tra gli under 50.

Quindi?

Bruce Aylward, vicedirettore generale OMS, ha provato a dare una spiegazione sociologica ai numeri.

Secondo Aylward è vero che i tedeschi hanno molti anziani (così come nel nostro paese), ma è anche vero che la maggior parte di loro vive da sola, isolata differentemente da quello che accade in Italia (o anche in Cina) dove i “nonni” sono parte integrante delle nostre famiglie.

E’ plausibile, dunque, pensare che i nostri anziani siano stati contagiati dai più giovani, nella maggior parte dei casi quando ancora non avevano idea di aver contratto il virus.

Morale: appena potete andate a vivere da soli; ne va della salute dell’Italia.

Un altro punto su cui riflettere è il numero dei tamponi eseguiti.

In Germania questo è molto alto, 160 mila la settimana, ed avrebbe favorito una tempestiva azione preventiva sulla popolazione, riducendole notevolmente la mortalità.

Anche il sistema sanitario tedesco, che vanta 28 mila terapie intensive e si parla di raddoppiarle nelle prossime settimane, è certamente all’avanguardia e in grado di sostenere in modo razionale la pandemia, prima di entrare in gravissimo stato di crisi; è probabile che nel peggiore dei casi, la Germania non arriverà mai alla “saturazione sanitaria”.

Secondo alcuni esperti, però, in tutte queste “belle” considerazioni bisogna anche inserire il fatto che la Germania è indietro rispetto all’Italia sulla diffusione del virus e quindi, non avendo ancora raggiunto il picco non è detto che il tasso di mortalità non venga a modificarsi in modo energico.

In ogni caso, tutti sono concordi nell’affermare che il paese della MERKEL non avrà grandi difficoltà, neppure economiche, per affrontare anche la peggiore delle crisi…virali.

Partiamo dall’età dei contagiati. Gli esperti tedeschi del Koch Institute di Berlino segnalano che in Germania per ora si sono ammalati soprattutto i più giovani, rispetto a quello che è accaduto in Italia e Spagna. Le generazioni under 50 hanno, come sappiamo anche dalle prime statistiche cinesi, una probabilità molto più bassa di morire, intorno allo 0,4-0,3 per cento. Mentre l’esito rischia di essere letale soprattutto per gli anziani over 70.

A differenza che in Corea o in Cina, dove l’età media della popolazione è più bassa che in Italia, la Germania ha una percentuale di anziani molto simile a quella italiana. Gli over 65 sono il 25 per cento dei tedeschi, in Italia (dati Istat 2019) quasi il 23.

Dunque perché in Italia, e in particolare al Nord, si sono infettati così tanti anziani e in Germania no (o non ancora)? Bruce Aylward, vicedirettore generale Oms, ha ipotizzato al New York Times che le differenze tra paesi potrebbero dipendere dalle diverse strutture sociali. In Cina, per esempio, quasi l’80 per cento delle infezioni da Covid 19 si sono sviluppate in famiglia. Le famiglie numerose caratterizzano non solo Wuhan e il distretto di Hubei, ma anche l’organizzazione sociale dei paesi mediterranei. È possibile dunque che in Italia e Cina i giovani, spesso asintomatici o con sintomi blandi, abbiano poi contagiato genitori o nonni più fragili che vivono a stretto contatto con loro.

In Germania, invece, giovani e anziani hanno rapporti più distanziati. Se in Italia e Cina (come ha spiegato Moritz Kuhn, docente di economia all’università di Bonn) le persone tra i 30 e i 49 anni che vivono ancora con i genitori sono più del 20 per cento, in Germania la percentuale si dimezza. Le statistiche Eurostat confortano il ragionamento del professore: in Italia la metà dei giovani tra i 25 e i 34 anni vive ancora con genitori, mentre i tedeschi in media vanno via di casa a 23 anni.

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La solitudine degli anziani tedeschi, dunque, potrebbe aver abbassato il tasso di letalità. Almeno per ora. La cautela, spiegano dal Koch, è d’obbligo, anche perché la Germania è indietro nello sviluppo dell’epidemia almeno una settimana rispetto all’Italia. Hans Georg Krausslich, virologo dell’Università di Heidelberg, ascoltato dal Financial Times ha chiarito che tutto potrebbe cambiare presto anche lì: «In Germania la stragrande maggioranza dei pazienti è stata contagiata solo nell’ultima settimana o due, e probabilmente vedremo casi più gravi in futuro. Così come un cambiamento dei tassi di mortalità».

2) Gli ottimisti, però, sono pronti a scommettere che i tedeschi avranno meno decessi di altri paesi europei. Anche grazie alla risposta rapida del loro sistema sanitario. Il basso tasso di letalità sarebbe dovuto infatti, come in Corea del Sud, all’uso massiccio dei tamponi fatto fin dai primi giorni dell’epidemia. Secondo la Federazione dei medici tedeschi anche prima di registrare i primi decessi in Germania sarebbero stati fatti decine di migliaia di test (solo 135 mila nelle prime due settimane di marzo), a cui bisogna sommare (chiosa un articolo di Le Monde) anche i tamponi fatti negli ospedali e nelle cliniche, il cui numero preciso non è ancora conosciuto.

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