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Riti, usanze e superstizioni nella meravigliosa Sardegna

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Dai tempi antichi le fasi e i moti della luna hanno regolato le attività di contadini, pastori, ortolani, maghi, esoteristi e sacerdoti. Alcuni sostengono si tratti di superstizione, altri che l’attività lunare influisca direttamente sull’intero ciclo della natura. Anche nella mia terra, la Sardegna, nelle antiche storie si parla di un uomo che, a notte fonda, durante la luna piena, si copriva il capo con un fazzoletto femminile “su mucadore” e se lo legava sotto il mento, come fanno i Mamuthones. Una volta uscito di casa, riversatosi per la strada, col suo spirito entrava nel corpo di un bue, “s’imbovava”, e vagava di rione in rione per il paese d’origine emettendo lugubri suoni, muggiti terribili e sferrando colpi fortissimi con gli zoccoli che generavano sul ciottolato che calpestavano fuoco e fiamme producendo un rumore assordante. Tale demoniaca creatura era solita sostare davanti ad alcune case, e il rumore assordante da lei prodotto raggelava il sangue delle persone che li abitavano.

Il terrore si impossessava delle persone che sapevano che gli agghiaccianti muggiti, “mulios”, preannunciavano catastrofi e fatti luttuosi. Questa terrificante e misteriosa figura era chiamata Boe Mùlinu o Boe Muliache o Erchitu. E’ il corrispondente del lupo mannaro che da noi non esiste per cui viene sostituito dal bue, “su travu”. Il bue e il toro sono simboli ricorrenti in Sardegna fin dall’antichità, e su boe mùlinu o muliache si inserisce proprio nelle credenze legate al lupo mannaro.

Secondo le leggende la figura del lupo mannaro è legata a un rituale di trasformazione a seguito di un morso che avveniva solitamente durante la luna piena: in Sardegna, in passato come ancora oggi, era diffusa la credenza che lupi mannari o boes mùlinos si nascesse e ciò dipendesse dal momento del concepimento o della nascita, La leggenda de su boe mùlinu è legata al senso di colpa che assale l’uomo sin dai tempi più antichi a causa dell’espiazione di una colpa, o della mancata espiazione della stessa. Il destino dell’uomo lo porta a trasformarsi dalla mezzanotte all’alba e ad andare in giro muggendo forte, rotolandosi in terra e producendo un rumore di catene.

Molte inoltre sono le credenze popolari sarde legate alla Luna e ai pianeti. Si è sempre avuto un religioso rispetto degli astri e un timore diffuso e misterioso avvolgeva la vita delle stelle per il loro creduto influsso sulle vicende umane e terrestri. Nonne e mamme proibivano ai bambini di contare le stelle, altrimenti sarebbero spuntati i porri e le verruche nelle mani. La Luna era il riferimento principale per i pastori che calcolavano l’epatta (dal greco: epaktai hemèrai = giorni aggiunti; in latino: epactae dies) dell’anno, cioè il numero di giorni da aggiungere alla data dell’ultimo novilunio dell’anno precedente per completare l’anno solare. Ciò significava l’età del satellite al primo gennaio. Secondo i precisi calcoli dell’epatta l’anno iniziava nel mese di marzo. I pastori calcolavano le varie fasi della Luna e il mese lunare che “in bintinove no abarrat e a trinta no arribat”, cioè non rimane entro i ventinove giorni, ma non arriva a trenta; infatti il mese lunare è di circa 29 giorni e mezzo. Il calcolo dell’età della Luna era abbastanza complicato e impegnativo, ma i pastori, che con questi calcoli avevano dimestichezza, arrivavano al conteggio preciso e riuscivano a stabilire quando cadeva la Pasqua sia dell’anno in corso che di quelli precedenti o successivi.

Alla conoscenza delle varie fasi della Luna erano legate molte credenze popolari che regolavano la vita contadina e pastorale. Il taglio della legna si doveva effettuare, per esempio, in “Luna vona”, cioè in “Luna cumpria”, Luna piena, in “su coro de s’iverru”, nel cuore dell’inverno, così la legna sarebbe rimasta indenne da tarli o muffe. Ma anche il taglio delle canne per le launeddas doveva tener conto della Luna in modo che lo strumento musicale fosse perfetto. Dicerie popolari affermavano che una persona fortunata fosse nata in “luna vona”, sotto una buona stella, dunque, con la camicia, protetta. I contadini credevano che le patate bisognasse piantarle durante la luna crescente, mentre i fagioli durante la luna calante. Se la luna era circondata dalle nuvole, “cun sa mandra o cun sa corte”, avrebbe nevicato copiosamente o avrebbe piovuto per un arco di tempo prolungato, mentre quando aveva qualche stella (pianeta) vicino, si profetizzava con terrore la morte di qualcuno: “Oddì ca morit partorza o occhiden a calicunu!” (Oddio, vedrete che morirà qualche partoriente o uccideranno qualcuno!). In effetti la morte durante il parto era frequente e, purtroppo, anche i delitti.

Ma la Luna ritorna nei giochi delle bambine durante la panificazione, quando con i ritagli di pasta viene rappresentata la Luna piena o “sa mesuluna” che poi viene riportata, in legno o in ferro, anche negli archi sopra le porte, e nelle filastrocche infantili la Luna era immaginata come sorella della Terra. Nella cultura agropastorale sarda la Luna era temuta anche dagli animali. Un detto popolare recitava così: “Sa Luna de ghennarzu l’at timia finas su boe domau”, la Luna di gennaio l’ha temuta anche il bue domato. Questo era legato al fatto che nelle notti di Luna piena, quindi col cielo limpido e stellato, il clima diventa più rigido, le temperature arrivano a raggiungere vari gradi sottozero e la terra si copre di brina, quindi anche i buoi in stalla, figuriamoci gli animali fuori, ne risentivano.

In Sardegna l’eclissi di Luna rappresentava un evento eccezionale, i sardi, infatti, non vedevano niente di buono in essa e gli auspici che ne traevano erano sempre infausti, d’altronde in altre civiltà l’eclissi rappresenta la divinità risentita perché ferita dai morsi del lupo mannaro o del drago che se la divoravano.

Virginia Mariane

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